La musicoterapia è tante cose: è un’opportunità di relazione e di cura diversa da altre e perciò ben caratterizzata; è una disciplina (e ne richiede molta non solo in fase di formazione, ma per tutto il corso della sua buona pratica); è un incontro tra suoni e soggetti, che siano “pazienti” o “clienti“, ma sempre entro un setting definito e dotato di senso; è una professione di aiuto di tipo sanitario o socio-sanitario; è un processo di conoscenza e crescita per tutte le persone coinvolte; probabilmente è molto altro.

Per me è stata la possibilità di apprendere e realizzare un metodo di cura senza necessariamente ricorrere all’uso della parola, anzi la relazione in musicoterapia può prescindere dalla parola parlata, ma richiede sempre di dare significato a tutto ciò che accade nel rapporto mt-paziente, a ciò che musicalmente o sonoramente viene prodotto durante l’incontro tra due soggettività. 

La musicoterapia esiste in Italia da molti decenni e trova applicazione in diversi ambiti, preventivi, riabilitativi e terapeutici. Può essere applicata a contesti individuali o di gruppo e utilizza l’elemento sonoro-musicale come veicolo di espressione e comunicazione, ma soprattutto come mezzo per instaurare una relazione di fiducia con il paziente e facilitarne la crescita e l’armonizzazione.

Prima dell’approfondimento sulle definizioni più “ufficiali” e sulle finalità e sulle tecniche della musicoterapia, propongo qualche notizia sulla musica.

Donna incinta con cuffia sula pancia
Musica rilassante per il nascituro

La musica

La musica (dal sostantivo greco μουσική) è l’arte e la scienza dell’organizzazione dei suoni nel corso del tempo e nello spazio. I suoni, generati grazie all’uso della voce o di strumenti musicali, producono nell’ascoltatore sia una percezione uditiva sia un’esperienza soggettiva fatta di emozioni, ricordi, immagini, pensieri. I suoni sono caratterizzati da durata (possibilità di essere misurati nel tempo), altezza (frequenza delle vibrazioni del corpo sonoro), intensità (ampiezza delle vibrazioni) e timbro (che dipende dal materiale del corpo sonoro).

Da un punto di vista culturale, storico e antropologico, la musica si è sempre manifestata, seppure con differenze tra popoli diversi, come forma di espressione normalmente integrata con le varie attività sociali, contribuendo al collegamento fra conoscenza ed espressione, alla coesione sociale, nonché alla trasmissione culturale.

Quindi la musica non è solo intesa come scienza dei suoni organizzati o come arte della produzione di suoni, ma può essere considerata come una vera e propria esperienza soggettiva (connotata come piacevole o spiacevole), come categoria della percezione (rappresentazione cognitiva interna di cosa è musica e cosa non lo è), come costrutto sociale (rappresentazione socio-culturale dell’arte musicale), come cura del corpo e/o dello spirito (musicoterapia).

La musica è un’esperienza che attraversa la vita di tutti gli esseri umani, in ogni tempo e luogo del mondo e in ogni fase di vita del singolo individuo.

L’elemento sonoro – musicale ha un importante significato biologico e relazionale, legato alla precocità dell’esperienza sonora e alla connotazione che essa assume nell’ambito della relazione primaria e nelle fasi successive dello sviluppo.

Già prima della nascita, infatti, veniamo a stretto contatto con l’elemento sonoro: il feto non solo capta i suoni, ma ne conserva nella sua memoria alcune tracce, fino a costituire un vero e proprio codice sonoro su cui si fonderà lo sviluppo del linguaggio del bambino. La voce materna percepita dal feto introduce un elemento di discontinuità, alternando la voce al silenzio, ed essendo un oggetto esterno è imprevedibile e incontrollabile. Si propone precocemente a livello uditivo l’alternarsi tra presenza e assenza che caratterizzerà, dopo la nascita, il benessere e la frustrazione legati alla presenza e all’assenza del seno materno (Maiello, 1993).

Musicoterapia: cos’è?

La seguente definizione generale di musicoterapia è tratta dal modello di Postacchini, Ricciotti e Borghesi (1997), che è il modello con il quale mi sono formata come mt:

La musicoterapia è una tecnica, mediante la quale varie figure professionali, attive nel campo dell’educazione, della riabilitazione e della psicoterapia facilitano l’attuazione di progetti di integrazione spaziale, temporale e sociale dell’individuo, attraverso strategie di armonizzazione della struttura funzionale dell’handicap, per mezzo dell’impiego del parametro musicale; tale armonizzazione viene perseguita con un lavoro di sintonizzazioni affettive, le quali sono possibili e facilitate grazie a strategie specifiche della comunicazione non verbale”. In questo modello, si evidenziano concetti come facilitazione, sintonizzazioni affettive e comunicazione non verbale, che saranno temi trattati nel mio prossimo articolo.

Bruscia (2010) definisce la musicoterapia come “un processo sistematico di intervento in cui il terapeuta aiuta il paziente a migliorare il proprio stato di salute, utilizzando le esperienze musicali e i rapporti che si sviluppano attraverso di esse come forze dinamiche del cambiamento”.

La musicoterapia è quindi un processo di cura che utilizza la musica, e più in generale gli elementi sonoro – musicali (ritmo, melodia, durata, altezza, intensità), per facilitare la relazione, la comunicazione e l’apprendimento; favorisce così lo sviluppo delle funzioni potenziali e/o residue della persona, incrementando o mantenendo la qualità della vita. Il suono, tuttavia, ha funzione comunicativa e di cura soltanto se c’è una relazione entro cui quel suono si produce: lo strumento musicale e/o il materiale sonoro – musicale acquistano valore terapeutico laddove diventino mediatori nella relazione, ovvero mezzi attraverso cui paziente e musicoterapista comunicano.

Il concetto di musicoterapia è molto ampio e si riferisce ad ambiti applicativi molto differenti tra loro: preventivo (progetti rivolti alle donne in gravidanza, progetti nelle scuole di ogni grado, musicoterapia in fase preoperatoria, interventi dedicati ad equipe professionali delle relazioni di aiuto); riabilitativo (interventi rivolti alle funzioni motorie, neuropsicologiche e sociali dei soggetti con disabilità sensoriale, motoria, psichica) e terapeutico (ad esempio, la musicoterapia applicata ai disturbi neuropsichici in adolescenza o età adulta, alle dipendenze da sostanze, alle psicosi).

Immagine di donna e bambina suonano insieme
Suonare insieme come terapia psicologica

Musicoterapia dal di fuori o dal di dentro?

Nella musicoterapia a impronta relazionale è la relazione che cura, mentre la musica e i suoni sono il mezzo attraverso cui si realizza il rapporto tra musicoterapista e paziente.

Ogni intervento di musicoterapia può avere come finalità la riabilitazione oppure la terapia. Gli interventi di riabilitazione, “dal di fuori”, veicolano l’affettività attraverso gesti e azioni pratiche volte a diminuire gli svantaggi personali e sociali di un handicap fisico (sensoriale e/o motorio) oppure psichico/cognitivo, ad accrescere l’integrazione degli aspetti spaziali, temporali e sociali del soggetto, favorendo l’apprendimento degli aspetti anche più concreti del rapporto quotidiano tra il paziente e l’ambiente.

Negli interventi di terapia, “dal di dentro”, invece, si lavora direttamente sull’emotività e sui processi mentali. È fondamentale la relazione: infatti, la finalità ultima di questi interventi è di stabilire con il paziente un contatto abbastanza profondo da consentire al terapeuta di  influire su alcuni meccanismi  psichici del paziente. La terapia “dal di dentro” quindi opera a favore della facilitazione dei processi di consapevolezza di sé, di regolazione delle emozioni e delle capacità di espressione e comunicazione.

Immagine di persone che suonano il tamburo
Terapia di gruppo al ritmo delle percussioni

Musicoterapia: tecniche di intervento

Il primo passo per la definizione nei dettagli di un intervento musicoterapico è la scelta della modalità operativa. Si distingue quindi tra la tecnica incentrata sull’improvvisazione (basata sulla produzione diretta di suono) e quella centrata sull’ascolto (uso di materiali sonori predisposti).

Nella modalità operativa improvvisativa, musicoterapista e paziente suonano insieme (o cantano o producono sequenze ritmiche), realizzando un vero e proprio dialogo sonoro. Il suono parte dalla persona e va verso l’esterno, dove costituisce una rappresentazione del mondo interno di chi l’ha prodotta; ogni suono prodotto dal paziente ci parla di lui, ci porta una parte di lui e gli elementi sonoro – musicali che il paziente sceglie (timbro, intensità, ritmo, altezza …) sono dotati di senso e informano il musicoterapista sullo stato affettivo. È su questo significato che il professionista può costruire un nuovo codice sonoro da restituire e condividere con il paziente. Non avviene in questo caso una restituzione verbale, bensì il musicoterapista elabora la produzione musicale o vocale del paziente e la restituisce in forma non – verbale e sonora.

La modalità recettiva (ascolto musicale condiviso) prevede che il musicoterapista colga e accolga ciò che il paziente (o il gruppo) esprime dopo l’ascolto di un brano o di una sequenza. Lo stimolo musicale può essere rappresentato da brani musicali “pronti” o da esecuzioni del musicoterapista dal vivo, con strumenti musicali che spesso sono noti al paziente (si pensi all’uso di chitarra, fisarmonica o pianoforte). Come nella modalità improvvisativa, anche in questo caso è fondamentale la soggettività con cui il paziente rielabora lo stimolo sonoro – musicale, grazie alla possibilità di accedere al proprio piano emotivo attraverso le parole espresse. Questa tecnica permette il coinvolgimento di persone con un indice di inibizione anche piuttosto alto o con importanti compromissioni senso-motorie.

Queste due modalità possono essere integrate da altre tecniche:

  • Movimento guidato con la musica: il movimento può riguardare il corpo intero, o alcune parti (es. con gli anziani si può stimolare l’uso delle mani per tenere il ritmo o per far ‘danzare’ un fazzoletto; con i bimbi ascoltando filastrocche note si può danzare in cerchio oppure tenere il timbro con piccoli o grandi strumenti a percussione).
  • Esercizio vocale e improvvisazione canora: in questo caso lo stimolo sonoro musicale è prodotto dalla voce di musicoterapista e paziente, che possono cantare insieme un brano conosciuto o improvvisare nuove sequenze melodiche.
  • Composizione di canzoni (song writing): attività piuttosto complessa e perciò adatta a pazienti con buone capacità linguistiche, musicoterapista e paziente possono comporre insieme i testi delle canzoni con relativi accompagnamenti ritmici o melodici.

Da grande voglio fare il musicoterapista!

La formazione in musicoterapia in Italia (e in molti paesi d’Europa) è un percorso di studi triennale post-diploma di maturità, che richiede al candidato di possedere già alcune competenze musicali. È una scuola piuttosto onerosa ed impegnativa, che permette il conseguimento di un titolo abilitante alla professione, in conformità alle indicazioni della norma UNI per le figure operanti nel campo delle Arti Terapie. 

Il progetto didattico delle scuole triennali comprende lezioni teoriche e insegnamenti di tipo esperienziale e laboratoriale. 

Le materie trattate sono da un lato “di preparazione” generale (psicologia dello sviluppo, neurologia, tecniche di osservazione, laboratorio sonoro musicale, antropologia) e dall’altro riguardano nello specifico la preparazione alla professione del musicoterapista in campo preventivo, riabilitativo e terapeutico (musicoterapia didattica, metodologie e tecniche musicoterapeutiche, ricerca in musicoterapia). La formazione dei futuri professionisti è completata dalle esperienze sul campo, nelle quali vi è l’opportunità di realizzare piccoli progetti guidati dal tutor negli enti ospitanti, e da costanti incontri di supervisione sia individuale che di gruppo. Il corso triennale si conclude con la discussione di una tesi e con la consegna del diploma.

In conclusione

Vorrei dedicare questo breve articolo a tutti i colleghi mt e i loro pazienti grandi e piccini, che in questo faticoso anno di emergenza sanitaria hanno cercato, spesso non riuscendoci, di mantenere in qualche modo vivo il loro rapporto di cura. In una contingenza, ormai piuttosto duratura nel tempo, in cui il distanziamento, quando non l’isolamento, e l’uso della mascherina fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano, le buone prassi musicoterapiche sono in larga parte irrealizzabili, con una grave ricaduta sulla qualità del lavoro e sul benessere dei soggetti che dovrebbero beneficiarne. Un elogio a chi ha trovato lo spunto per ingegnarsi con incontri sonoro-musicali a distanza o a chi si impegna, nel pieno rispetto delle norme igieniche di prevenzione del contagio, a invitare in presenza i suoi pazienti.

AGGIORNATO IL: 11/09/2021

Riferimenti bibliografici

  • Bruscia K. E. “Definire la musicoterapia” (Ismez, 2010), edizione originale: Defining Music Therapy, (1989)
  • Maiello S. “L’oggetto sonoro. Un’ipotesi sulle radici prenatali della memoria uditiva” (Richard & Piggle, 1993, n. 1, p. 31 – 47).
  • Postacchini P. L., Ricciotti A., Borghesi M. “Musicoterapia” (Carocci, 1997).
Crediti: @manupadillaphoto; @pvproductions; @pholigo Immagine di copertina: @user6659198

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Psicologa e psicoterapeuta, musicoterapeuta ed esperta di clinica transculturale. Coordinatrice di comunità educativa, formatrice e psicologa clinica transculturale

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