La musicoterapia a indirizzo relazionale è un processo di cura che si fonda sull’utilizzo degli elementi sonoro-musicali (ritmo, melodia, durata, altezza, intensità), entro un setting definito e concordato tra terapista e paziente, con gli obiettivi di facilitare la relazione, la comunicazione e l’apprendimento e di favorire lo sviluppo delle funzioni della persona, incrementando o mantenendo la qualità della vita, come già anticipato nell mio precedente articolo Musicoterapia: suono e relazione di cura.

Tra le molteplici basi teoriche della musicoterapia, incontriamo il concetto di sintonizzazione affettiva, che non soltanto caratterizza (o almeno dovrebbe caratterizzare) gli scambi primari nella diade mamma-bambino, ma che informa e qualifica le interazioni sonoro-musicali tra musicoterapista e paziente.

La sintonizzazione affettiva nella relazione primaria

Stern (1987) afferma che la compartecipazione degli stati affettivi costituisce un tratto caratteristico delle relazioni interpersonali. Per garantire un efficace scambio intersoggettivo degli affetti tra la madre e il bambino è necessario che avvengano diversi processi: 

  • La madre deve essere in grado di leggere i sentimenti del bambino osservando il suo comportamento manifesto;
  • Deve presentare a sua volta un comportamento che non sia l’esatta imitazione del comportamento del bambino, ma che in qualche misura vi corrisponda;
  • Il bambino deve essere capace di leggere la risposta materna e di trovarvi qualche rapporto con la sua esperienza affettiva originaria.

Queste sono tre condizioni necessarie affinché i sentimenti di una persona possano rivelarsi a un’altra, pur senza che si utilizzi il linguaggio verbale.

Stern definisce le sintonizzazioni affettive come una nuova categoria comportamentale, che trascende la semplice imitazione. Sono il mezzo ideale per realizzare la partecipazione intersoggettiva degli stati affettivi e hanno alcune caratteristiche ben precise. Innanzi tutto ricordano in qualche misura il meccanismo dell’imitazione: pur non trattandosi della pura ripetizione del comportamento del bambino, il comportamento materno collima con esso. Questa operazione è solitamente trans-modale: infatti, la modalità espressiva usata dalla madre per accompagnare il proprio comportamento a quello del bambino è diversa dalla modalità espressiva adottata dal bambino (ad esempio può esserci corrispondenza tra il movimento del bambino e l’uso della voce materna, oppure tra un vocalizzo del bambino e l’espressione mimico-facciale della mamma).

L’oggetto reale della corrispondenza non è il comportamento manifesto, ma lo stato emotivo che lo caratterizza. La corrispondenza sembra quindi verificarsi tra le espressioni degli stati interni, le quali possono differire nella modalità o nella forma, ma restano intercambiabili in quanto sono manifestazioni di un riconoscibile stato affettivo.

Immagine di bimbo con chitarra
Bimbo e mamma e primi approcci con chitarra

Le sintonizzazioni affettive quindi consistono nell’esecuzione di comportamenti che esprimono la qualità di un sentimento condiviso, senza però imitarne l’esatta espressione comportamentale. 

Stern individua tipi diversi di sintonizzazione:

  • Sintonizzazioni esatte o di comunione (vere e proprie): la madre cerca di uniformarsi esattamente allo stato interno del bambino, per essere “con lui”;
  • Sintonizzazioni inesatte o volutamente imperfette (modulazioni): la madre varia intenzionalmente l’intensità, la scansione temporale o la forma del proprio comportamento rispetto a quello del bambino;
  • Sintonizzazioni imperfette vere e proprie: la madre non riesce a identificare correttamente la qualità o l’intensità dello stato affettivo del bambino. 

Meccanismi alla base della sintonizzazione

Stern (1987) afferma che, affinché la sintonizzazione sia efficace, è necessario che espressioni comportamentali differenti, che si presentano in forme e modalità sensoriali diverse, siano in qualche misura intercambiabili. Ad esempio, se un movimento della madre deve corrispondere a un’espressione vocale del bambino, queste due espressioni devono avere in comune qualcosa che permetta di trasferirle da una modalità ad un’altra. Si parla quindi di proprietà a-modali, intese come qualità o proprietà che la maggior parte delle modalità percettive hanno in comune, poiché si tratta di proprietà invarianti del mondo degli stimoli. Le qualità dell’esperienza, che più si prestano al trasferimento intermodale, sono quelle che corrispondono ai criteri migliori per definire le sintonizzazioni affettive:

  • Intensità (aspetto quantitativo): spesso si osserva la corrispondenza tra l’intensità di un comportamento fisico/motorio del bambino e l’intensità dell’espressione vocale della madre.
  • Scansione temporale (aspetto quantitativo): le qualità temporali del comportamento sono un aspetto molto utilizzato ai fini della sintonizzazione, grazie al fatto che i bambini sembrano del tutto capaci di mettere in corrispondenza schemi temporali attraverso modalità diverse.
  • Forma (aspetto qualitativo): riguarda la capacità del bambino di coordinare per via trans-modale la forma o la configurazione (ad esempio, trasferimento della forma di un oggetto dalla modalità tattile alla modalità visiva).

E’ facile intuire come queste qualità possano caratterizzare in analogia (intensità, ritmo, timbro) gli scambi sonoro-musicali tipici di una relazione musico-terapeutica, in cui il terapista corrisponde del tutto o in parte allo stato emotivo del paziente e propone stimoli musicali (ascolto di brani, improvvisazione o dialogo sonoro) sintonizzati a esso o volutamente sintonizzati solo in parte.

immagine di bambini e adulti in gruppo
Bambini e adulti suonano in gruppo

La sintonizzazione affettiva e lo sviluppo del linguaggio

Sulla base del concetto di sintonizzazione affettiva, Stern ipotizza che il meccanismo delle sintonizzazioni sia alla base dell’acquisizione del linguaggio nel bambino (1987).

Il linguaggio verbale fa la sua comparsa nel secondo anno di vita del bambino e il senso di Sé e dell’altro acquista caratteristiche nuove: emerge una diversa concezione del mondo esterno e di quello interiore, nonché una nuova modalità di scambio di significati da condividere con l’altro.

La sintonizzazione rappresenta la diretta espressione tra uno stato soggettivo (referente) e il relativo comportamento (manifestazione del referente). Il livello e la qualità di un certo stato d’animo, quindi, possono essere espressi o tradotti da un’unica vocalizzazione, da un gesto particolare o da una mimica facciale. Ognuna di queste manifestazioni possiede un certo grado di sostituibilità come significante (referente) riconducibile allo stesso stato interiore. L’esperienza delle sintonizzazioni, come esperienza di analogia e metafora, si colloca all’interno della progressione evolutiva tra imitazione e simbolo, costituendone una tappa intermedia. È un passo fondamentale verso l’uso dei simboli e la formazione del Sé verbale.

Nel momento in cui inizia a parlare, il bambino ha già acquisito notevole conoscenza del mondo, sia relativa al proprio corpo e agli oggetti, ma anche riguardo alle interazioni sociali. Esiste, secondo Stern, un periodo di tempo in cui questa conoscenza viene in qualche modo arricchita, pur non potendo ancora essere espressa in forma verbale. Quindi la conoscenza del mondo, di sé e degli eventi interpersonali costituisce la chiave necessaria per aprire la porta d’accesso al linguaggio verbale.

L’uso delle sintonizzazioni nella musicoterapia improvvisativa ricorda la competenza della madre di restituire “qualcosa” al proprio bambino; la madre restituisce più il “come” che il “cosa”, cioè l’oggetto della sintonizzazione è legato all’esperienza emotiva e agli affetti vitali. Nell’intervento musicoterapico, grazie alla co – regolazione e alla modulazione dei parametri sonoro – musicali, il terapista è in grado di seguire il dinamismo nel qui ed ora della relazione con il paziente. La sintonizzazione ha a che fare più con il COME si suona, che con il COSA si suona.

Stern (1998) descrive, nella comunicazione tra madre e bambino di pochi mesi, due modalità:

  • Modalità simultanea (all’unisono): soprattutto a livelli elevati di attivazione, madre e figlio vocalizzano all’unisono, sia all’estremità positiva che negativa dello spettro emotivo. Questa modalità è caratterizzata da comportamenti analoghi per entrambi i partner della diade (postura, sguardo, prossemica). Vocalizzare all’unisono rappresenta un’esperienza reciproca di piacere nell’essere con qualcuno, in una relazione connotata affettivamente in cui condividere informazioni sullo stato emotivo dell’altro. 
  • Modalità alternante: in questo caso, madre e bambino sono impegnati in una sorta di conversazione dove si alternano su turni. Le produzioni vocali del bambino sono fortemente incentivate dalla voce materna: la madre infatti considera la vocalizzazione del bambino come una vera e propria risposta e a sua volta la vocalizzazione della mamma fornisce uno stimolo al piccolo, instaurando un vero e proprio dialogo.

La ripetizione – variazione 

La ripetizione – variazione, secondo Imberty (2002 A), è da considerarsi come primo principio organizzatore dell’universo musicale e linguistico del bambino. 

Esaminando le caratteristiche del linguaggio che la madre rivolge al piccolo, analogamente a ciò che accade in una seduta di musicoterapia, troviamo accanto alla ripetizione il principio concomitante della variazione. Questo binomio (ripetizione – variazione) rappresenta fin dall’inizio il principio organizzatore delle sequenze comportamentali della diade madre – bambino. Ritroviamo qui i contributi di Stern: la ripetizione genera una regolarità che permette al soggetto di anticipare il corso del tempo, quindi di controllarlo. Tale controllo è soltanto parziale, poiché la variazione comprende sia certezze sia incertezze. La ripetizione quindi crea una tensione dovuta a un’attesa di soddisfacimento, seguita da una distensione più o meno marcata a seconda che la variazione sia più o meno lontana dalla sequenza iniziale (attesa). L’alternarsi tra tensione e distensione istituisce un’esperienza primitiva della durata: la struttura di ripetizione – variazione delle prime sequenze comportamentali, dei primi scambi preverbali tra il bambino e l’ambiente rappresenta quindi la struttura originaria e prototipica delle esperienze affettive e cognitive future. Questa sequenza comprende un episodio d’ingaggio (che ha la funzione di stabilire il ritorno regolare della ripetizione variata) e dei tempi vuoti (con funzione di riaggiustamento e collegamento). Ci ricordiamo qui l’alternanza tra presenza e assenza (della mamma, della sua voce già durante la gravidanza) come principio che organizza il Sé del bambino e che prepara all’ingresso nel mondo dei suoni ma anche dei significati-simboli.

La ripetizione riguarda quindi la costruzione del Sé attraverso i legami che si stabiliscono nel corso degli scambi tra l’adulto e il piccolo; l’unità dell’esperienza interpersonale è rappresentata dalla struttura temporale su cui le esperienze sensoriali, motorie e affettive si “depositano” fino a costruire le rappresentazioni interiorizzate.

La semiotizzazione dell’esperienza temporale

Altro concetto illustrato da Imberty (2002 B) è la semiotizzazione dell’esperienza temporale. 

Verso il settimo mese, il bambino scopre di avere “qualcosa” nella testa e che ciò che ha nella testa può esistere anche nella testa degli altri. Si tratta delle esperienze affettive, suscettibili di condivisione: tale condivisione si manifesta grazie agli aggiustamenti interpersonali basati su tempo, ritmo, intensità e forma. Madre e bambino si accordano per entrare in risonanza emotiva e condividono gli stessi affetti. Questa “sintonia affettiva” è ampiamente trans – modale e deriva da uno stato emotivo vissuto attraverso l’altro.

Nelle sequenze di scambio tra madre e bambino si colgono delle precise forme temporali che hanno un inizio e una fine. Queste forme costituiscono un’esperienza protosemiotica del tempo: si osserva, infatti, la messa in atto di un’intenzione – motivazione, in cui il bambino sperimenta la propria coerenza, rapportando contemporaneamente a sé le sensazioni dei propri bisogni e dei propri affetti vitali (Sé embrionale). 

Nelle sequenze comportamentali e sonore vediamo nascere l’inizio della rappresentazione degli affetti vitali, attraverso la sequenza presentazione – ripresentazione.  Come in musica, la ripetizione diventa il criterio di segmentazione della realtà umana: proprio grazie alla ripetizione il tempo acquista senso.

Questo viaggio nella musicoterapia proseguirà nel mio prossimo articolo con una tematica molto pertinente alle sintonizzazioni affettive: come utilizzarle nel dialogo sonoro in un percorso di cura con bimbi con disabilità importante e disturbo del linguaggio? Vi racconterò della piccola Anna (nome fittizio, ma non scelto a caso!), bimba di due anni che ho avuto il piacere di incontrare in ben 36 sedute individuali…

Riferimenti bibliografici

  • Imberty M. “La musica e l’inconscio” (in “Il sapere musicale”, volume II dell’Enciclopedia della musica, a cura di J. J. Nattiez, Einaudi, 2002 A, p. 335 – 360).
  • Imberty M. “La musica e il bambino” (in “Il sapere musicale”, volume II dell’Enciclopedia della musica, a cura di J. J. Nattiez, Einaudi, 2002 B, p. 477 – 495).
  • Stern D. N. “Il mondo interpersonale del bambino” (Bollati Boringhieri, 1987). Edizione originale: The Interpersonal World of the Infant, 1985
  • Stern D. N. “Le interazioni madre – bambino nello sviluppo e nella clinica” (Raffaello Cortina, 1998).(raccolta di scritti di Daniel N. Stern dagli anni ’70 in avanti)

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Psicologa e psicoterapeuta, musicoterapeuta ed esperta di clinica transculturale. Coordinatrice di comunità educativa, formatrice e psicologa clinica transculturale

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