Se vi ha interessato l’articolo Musicoterapia e disabilità in età evolutiva: l’incontro con la piccola Anna, pubblichiamo in questo articolo il successo di Anna.

La piccola Anna partecipava sempre con curiosità agli incontri di musicoterapia individuale. Per una buona parte del percorso, riproponeva e riproduceva le medesime modalità già descritte dalle educatrici del nido. Forse era possibile dare un significate diverso, un senso nuovo a queste modalità?

“Vedere, pensare e parlare sono attività mentali che presuppongono la separazione, necessitano di distanza” 

(Maiello, 1993)

Immagine bambino sul tappeto
Bambino sul tappeto con lo xilofono e altri strumenti

Attenzione congiunta e uso dello specchio

Già dai primi colloqui con le educatrici e la coordinatrice dell’asilo nido, era emerso un uso “preoccupante” da parte della bambina degli specchi presenti nei locali.

In effetti, la piccola paziente continuava anche nelle sedute di musicoterapia a manifestare una preferenza spiccata per il ricorso agli specchi. Il più delle volte, sceglieva lo strumento da suonare e lo portava davanti allo specchio, per poi suonarlo tenendo lo sguardo concentrato sulla propria immagine riflessa (almeno aveva compreso che si potevano produrre dei suoni, così invece che pettinarsi con le maracas o telefonare nel sonaglio li suonava). Inoltre, la paziente usava lo specchio anche per guardarsi mentre faceva movimenti con diverse parti del corpo. Sembrava proprio incuriosita dalle proprie possibilità motorie, tanto da sperimentare movimenti vari soprattutto con il volto o gli arti, come se stesse prendendo gradualmente consapevolezza di sé e del proprio corpo.

Era possibile che lo specchio avesse la funzione di oggetto intermediario, alla stessa stregua dell’elemento sonoro – musicale? Finalmente, realizzavo che il più delle volte il contatto oculare tra me e la bambina passava attraverso la nostra immagine riflessa dallo specchio.

Riprendendo il contributo di Raglio e Oasi (2009), nelle sedute di musicoterapia la compartecipazione attentiva di tipo visivo aveva come oggetto proprio ciò che lo specchio rimandava, più che lo strumento musicale di volta in volta scelto e utilizzato dalla bambina. Soltanto dopo alcune settimane di intervento, la paziente è stata in grado di dedicarsi alla produzione sonora con gli strumenti a lei più graditi senza necessariamente spostarli allo specchio, ma utilizzandoli sul tappetone. Nella stessa fase, mi è stato possibile suonare insieme a lei sullo stesso strumento, che così diventava finalmente l’oggetto della nostra attenzione congiunta. Ora lo specchio rimaneva sullo sfondo.

Dall’esplorazione degli strumenti al dialogo sonoro

Riguardo alla produzione sonoro – musicale spontanea, Anna mostrava una spiccata preferenza per strumenti melodici e li suonava dedicandosi anche per molti minuti consecutivi. Al contrario, con piccoli strumenti percussivi tendeva a cambiare strumento dopo pochi istanti, passandone in rassegna anche molti e posandoli quasi subito.

Nell’utilizzo dei suoi strumenti preferiti (chitarra, glockenspiel, melodica) Anna era spesso impegnata nella ricerca di nuove modalità per produrre suoni. Ad esempio, suonava la chitarra usando tutte le corde insieme, pizzicandone una alla volta in modo più o meno intenso, battendo la mano aperta o chiusa sul buco della cassa armonica, strofinando le dita o un battente lungo le corde, infine battendo con oggetti vari sulla cassa di legno.

Con il glockenspiel, si sono instaurati momenti di dialogo molto espressivi. Anna inizialmente suonava battendo su singole piastre in scala ascendente o discendente, pur saltando qualche nota ogni tanto. A seguito di una mia “mossa”, Anna ha imparato a far scorrere il battente sulla fila di piastre ed è un gesto che ha ripetuto spesso, divertendosi molto, soprattutto “rincorrendo” il mio battente e alternandosi a me.

Immagine setting musicoterapico
Setting musicoterapico di Anna

Una bella sorpresa: Anna parla!

La piccola paziente mi era stata descritta come assolutamente incapace di esprimersi attraverso il linguaggio verbale, né di comprenderlo.

In effetti, nel periodo tra gli incontri di osservazione e le prime 10 sedute, non avevo rilevato particolari progressi nell’acquisizione e nell’utilizzo del linguaggio. La bambina, infatti, emetteva soltanto raramente alcuni fonemi, spesso bisbigliati. 

Tuttavia, proprio grazie a questi fonemi sussurrati, mi domandai: “è possibile valutare un lavoro sul canale verbale?”. 

Nella seduta n. 22, contrariamente a quanto avvenuto solitamente, Anna si mise a “cantare” a voce alta, pronunciando per alcuni minuti diverse sillabe, anche se non formavano parole di senso compiuto. 

Con mia grande sorpresa, dalla seduta n. 25 cominciò a ripetere alcuni fonemi iniziali delle parole della filastrocca delle parti del corpo (pancia, testa). 

Nelle settimane successive, la paziente iniziò gradualmente a pronunciare alcune parole in modo abbastanza chiaro, canticchiando invece intere frasi in modo poco comprensibile, data la difficoltà a pronunciare alcune consonanti. 

Nel corso delle sedute, Anna aveva permesso alla musicoterapista di “entrare”, accettando un canale che non avesse più bisogno della verifica visiva, ma si accontentasse di quella uditiva, grazie al ritorno sonoro del gesto. 

Il sonoro nella relazione permette di mantenere il contatto a una distanza maggiore, rispetto al canale olfattivo o tattile. La distanza significa che “non sei fuso” con l’altro, ma anzi siamo due (o più) in relazione.

Pareva confermato il sospetto che la bambina non avesse investito in modo adeguato sul canale verbale e che mostrasse quindi un ritardo nell’acquisizione del linguaggio rispetto alla sua età anagrafica. Sperimentarsi in una relazione duale sicura le permise di esplorare nuove possibilità, tra cui l’uso della propria voce. Il dialogo musicale aveva invogliato la bambina a intraprendere anche un dialogo di tipo vocale, consentendo il passaggio dalla musica come parametro relazionale non verbale all’uso della parola.

Ripensando a Stern (1998), è utile ricordare le due modalità nella comunicazione tra madre e lattante: quella simultanea, in cui madre e figlio vocalizzano all’unisono, e quella alternante, in cui madre e bambino sono impegnati in una sorta di conversazione dove si alternano su turni, instaurando un vero e proprio dialogo.

E ripensando alle sedute, era possibile scorgere, nelle improvvisazioni di Anna sugli strumenti melodici entrambe le modalità di comunicazione sonoro – musicale: io e la bambina che suoniamo simultaneamente, con i battenti che si rincorrono su e giù sulla scala delle note, oppure ci alterniamo, con lei che mi lascia il turno sulle piastre di metallo e resta ad ascoltare. 

Quando la comunicazione da gestuale, direzionata e reciproca, si trasforma progressivamente in comunicazione verbale, si assiste ad un momento decisivo per l’evoluzione dell’individuo. Le relazioni si modificheranno profondamente, poiché d’ora in avanti si attueranno sempre di più con l’uso della parola. 

Entro il secondo anno di vita del bambino, si realizzano i seguenti passaggi:

  • da ritmico/temporale → a semantico
  • da emotivo (sentire)→a cognitivo/intenzionale (pensare)

Ecco espresso in teoria ciò che era accaduto con Anna…

Anna attraverso lo specchio

Credo che il percorso con la piccola Anna possa rientrare nella “dimensione della speranza”: valutata da alcuni adulti di riferimento come ‘multi problematica’ è stata invece considerata come una bambina con molte risorse, anche se da scoprire e sollecitare, e con la quale poter fare delle cose gratificanti.

Il piccolo giglio aveva da parlare con qualcuno con cui ne valesse la pena…

MT: Dov’è la pancia, dov’è la …?
ANNA: Pancia!
MT: Eccola qua!
ANNA: Qua!
MT: Come stai quest’oggi?
ANNA: Bene, grazie!
MT: Vado via …
ANNA: Ciao!

Riferimenti bibliografici:

  • Maiello S. L’oggetto sonoro. Un’ipotesi sulle radici prenatali della memoria uditiva (Richard & Piggle, 1993, n. 1, p. 31 – 47).
  • Raglio A, Oasi O. La musicoterapia in una prospettiva intersoggettiva (Quaderni di Gestalt, 2009, n. XXIII/2).
  • Stern D. N. Le interazioni madre – bambino nello sviluppo e nella clinica (Raffaello Cortina, 1998), raccolta di scritti di Daniel N. Stern dagli anni 70 in avanti.

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Psicologa e psicoterapeuta, musicoterapeuta ed esperta di clinica transculturale. Coordinatrice di comunità educativa, formatrice e psicologa clinica transculturale

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