Da sempre l’umanità ha affrontato il tema della morte, questo oscuro e temuto atto finale, il destino comune, l’ultimo viaggio che tutte le donne e gli uomini affrontano come evento ineludibile e ineluttabile. Ineludibile e inevitabile, ma che tanto ha interrogato, e incessantemente interroga, gli umani su dove andremo, su cosa ci sarà, su cosa ci attende “dopo”.

Considerazioni che a volte tolgono il fiato, che lasciano taluni angosciati e spauriti, tant’è vero che da sempre la morte, anche identificata nel morto, nelle spoglie del defunto, ha indotto le umane genti a occuparsene in modo cerimoniale, concreto e deferente. La psicologia aiuta a comprenderne le motivazioni.

Tradizione millenaria

È così da sempre, nella civiltà umana. Pare superfluo citare l’antico culto dei morti sia presso gli Egizi sia presso altre innumerevoli culture che hanno fatto delle esequie dei morti dei veri e propri riti di propiziazione nei confronti dell’aldilà, quasi a certificare che la vita non finiva con la morte, ma quel viaggio portava le persone alla continuazione della vita, del soggetto morto ma forse anche della propria speranza di continuità di vita. Non solo la mummificazione del corpo ma anche oggetti del quotidiano, cibo e acqua collocati nei suoi pressi come corredo, quasi che la vita continuasse in egual misura, ritmi e svolgimento nell’aldilà.

Religioni e culti i più severi o fantasiosi si sono sempre prodigati per dare all’umanità speranza e fiducia sulla continuità, a dire “non finisce qui”. Anzi, a sottolinearne la funzione ispiratrice, di indirizzo e garanzia di tradizione, va citato fra molti il culto degli antenati, in Oriente venerati alla stregua di numi tutelari.

Ma non solo: dal mondo greco, origine e culla della nostra cultura occidentale, due citazioni esemplari del desiderio di sopravvivere alla morte attraverso l’onore riconosciuto alle opere e alle spoglie mortali. Ettore, il glorioso difensore della città, consapevole che l’ultimo assalto contro Achille gli costerà la vita: “Periremo, ma gloriosi, e alle future genti qualche bel fatto porterà il mio nome”. E poi Priamo, re e padre, che va alla tenda di Achille a supplicare in ginocchio, umiliandosi sino a baciare le mani di colui che gli ha ucciso il figlio, pur di riaverne il corpo cui dare degna sepoltura.

Cimitero di San Michele
Cimitero di San Michele a Venezia

L’ultimo viaggio

Tali brevi premesse di ordine storico per contestualizzare l’attuale cura dei defunti nel nostro sociale e nella nostra religione prevalente, il cristianesimo: è di tutta evidenza quanto le tradizioni siano ben salde non solo dal punto di vista del rito (rosario, messa funebre, benedizione al cimitero) ma anche dal punto di vista culturale. Culturalmente ad oggi il funerale viene tenuto in massima considerazione, e più coloro che ci lasciano ci furono vicini, prossimi, più la partecipazione della gente è numerosa e sentita: si tralascia ogni altra incombenza, si annullano appuntamenti per essere presenti e onorare la funzione funebre.

Unica tendenza relativamente recente da segnalare: si vedono, purtroppo, sempre meno ragazzi e bimbi ai funerali, e ciò può indicare, da parte degli adulti, il desiderio di preservare i minori dal dolore o da qualche altra difficoltà o motivo di disagio nel presenziare alle esequie. Preoccupazioni e cautele sono però degli adulti: i minori, al contrario, potrebbero trarre beneficio dal partecipare alla funzione come importante momento di testimonianza e commiato a persone significative, veri punti di riferimento della loro vita che non vedranno mai più. A mio avviso la partecipazione dei minori alle cerimonie funebri li aiuta a elaborare concretamente (fino ai 12-13 anni non acquisiscono la capacità di astrazione) la perdita di qualcuno che sino a pochi giorni prima era presente nella continuità del loro quotidiano.

Ritualità

La cura dei defunti è tangibile anche negli aspetti “rituali” più comuni in ogni famiglia, ad essi affidiamo il compito del ricordo, della memoria da conservare sui momenti più belli e importanti trascorsi insieme: custodiamo a portata di sguardo le foto dei nostri cari morti in epoca lontana o recente archiviate nel cellulare, o in auto, in porta-fotografie di ogni specie, a volte in veri e propri altarini disposti su un tavolino o sul piano del comò o sul comodino a fianco del letto; molte persone hanno una immagine del proprio caro anche sul luogo di lavoro, in un angolo della scrivania, presso il computer, comunque vicina per averne conforto talvolta in un intimo silenzioso colloquio.

E poi la tomba, il luogo in cui riposano, dove in anniversari e in ricorrenze dell’anno andiamo a trovare e ricordare i defunti portando loro fiori, risistemando e ridando lustro alle lapidi e al sepolcro, qualsiasi forma abbia, ricco o modesto che sia. A questo ritualità è riservata una data nazionale di ricorrenza, il 2 Novembre. Alcuni in questo giorno affrontano anche viaggi lunghi e faticosi per incontrare i propri cari là dove si presume risiedano, cioè in quella tomba, in quel luogo preciso dove un nome e cognome, le date di nascita e di morte, una foto dicono di ciò che rimane, al di là dello scorrere del tempo, di quella persona non più di questo mondo.

Il ricordo, la presenza

Non è più di questo mondo, appunto, ma il nostro pensiero è legato a una presenza concreta, oggettuale del defunto. È difficile per tutti noi entrare in considerazioni che possano essere l’elaborazione di un pensiero altro, e cioè che la persona cara può solo vivere nei nostri ricordi, nella nostra elaborazione dell’eredità (non di denaro o oggetti, ma di parole e insegnamenti) che avremmo e abbiamo saputo trarne.

Numerosi sono stati nei secoli gli artisti, i poeti, gli scienziati, gli studiosi di ogni genere che hanno saputo rendersi immortali, o meglio, noi tutti sappiamo dell’esistenza di Giotto o di Alessandro Manzoni o di Sigmund Freud e quanti altri che ancor oggi vivono tra noi, nel nostro quotidiano, senza la necessità che vi sia una foto o una tomba a loro ricordo. Non affermo l’inutilità di un luogo fisico, appunto un’immagine o una tomba, cui esclusivamente riferirsi per onorare e ricordare i propri cari per sentirli ancora presso di noi; voglio semplicemente ricordare che l’immortalità risiede nel nostro pensiero, nei nostri ricordi, nella memoria intatta che di essi si mantiene per le loro scelte, vicende, opere, invenzioni e scoperte che hanno cambiato, arricchendolo, il nostro modo di vivere e di sentire, materiale e spirituale: l’inventore della macchina a vapore, della lampadina come quello del computer, chi ha scoperto il Dna, chi ha dipinto Guernica come chi ha composto il Don Giovanni, o scritto la Divina Commedia.

immagine lapidi al cimitero
Lapidi al Memorial Park

Lasciare un segno

È appunto in quest’ambito, il pensiero del defunto, che vi voglio accompagnare, similmente all’accompagnamento alla morte che il libro di Sonia Scarpante I nodi di Maura racconta con grande sensibilità, delineando un percorso capace di rendere omaggio alla persona che non ci sarà più ma che sopravviverà nel testo, nel libro con le sue parole, con i suoi propositi e i suoi agiti, con le sue consapevolezze, così da essere ricordabile e ricordata per sempre e da tutti. Ecco un modo per prendersi cura dei morti: vanno bene, quanto ai gesti di cura oggettuale, le foto, la tomba, i fiori e ogni altra ritualità di omaggio, ma anche e soprattutto la conservazione nel pensiero dell’esistenza e della persistenza di chi non è più al mondo ma ancora e sempre lo abita in noi.

Portarle con noi

Un altro modo di prendersi cura delle persone che non ci sono più è quello di portarle con noi, nei nostri pensieri così come nei nostri atti e nei nostri agiti quando, elaborando interiormente il loro lascito, cerchiamo di vivere attraverso i loro valori. Parrà strano ad alcuni, ma è evidente che certe vite, esperienze di vita, sono state illuminanti per il genere umano, e non son stati solamente santi o grandi memorabili personaggi, a volte uno sportivo, una donna o un uomo che abbiamo considerato eccezionale per l’adesione a principi di correttezza, dignità, onestà di vita può diventare il nostro interlocutore interiore e guidarci nelle nostre scelte. A volte gli umani fanno cose strane, scelgono altri percorsi e altri modi per prendersi cura dei morti, una cura che travalica o ignora il buon senso comune e le convenzioni sociali, ma va dritta alla meta seguendo il desiderio di rendere onore a chi se n’è andato ridandogli vita in questo mondo. Si legga il testo di Carlo Arrigone dal titolo Uno psicoanalista sul Cammino di Santiago.

Sensazioni

Non posso non citare, ma con un accenno appena, la dimensione “magica” che avvolge e caratterizza i segnali che vengono dai morti. Sensazioni di presenze, messaggi che giungono nei modi più fantasiosi, apparizioni di ombre, voci dall’aldilà, movimenti di tavolini e quant’altro: ho rispetto per le persone che hanno fatto simili esperienze, le quali a mio giudizio appartengono alla sfera personale e soggettiva dei singoli, sulle cui percezioni è opportuno non generalizzare, né scherzare sui numeri avuti dalla buonanima dell’amatissimo nonno per un terno al lotto sicuro.

Farne tesoro

Riguardo alle figure dei morti, voglio sottolineare un aspetto psicologico che mi pare rilevante: essi servono ai vivi. I morti ci servono, sono al nostro servizio quando sappiamo trarne convenienza. Ci conviene non far morire in noi quella parte più nostra che era saldamente vincolata al morto. Ci conviene elaborare il lutto quando esso sia ferocemente doloroso. Abbiamo patito con profondo dolore durante la fase più critica della pandemia la proibizione dei funerali e anche delle messe. Per i cattolici, ma non solo, questa realtà sconvolgente ha spesso generato colpevolizzazioni pesanti: non aver salutato il moribondo, non esserci stati in quell’ultimo momento, non aver potuto fare del rito un mezzo di abreazione del dolore, il divieto alla presenza, alla testimonianza, alla solidarietà, poter adornare la sepoltura con un oggetto, un fiore.

Elaborare il lutto

Psicologicamente c’è bisogno in molte situazioni, non solo quella determinata dalla pandemia, di elaborare il lutto. Cosa vuol dire elaborare il lutto? Tanto se ne parla, ma talvolta è difficile capire la valenza di benessere che questa elaborazione può indurre. Il lutto si elabora in tre mosse: si individua l’investimento affettivo che abbiamo fatto sulla persona deceduta, lo si recupera a sé stessi, quindi possiamo re-investirlo o tenerlo per noi. Semplice a dirsi, difficile a farsi, ma non impossibile. L’operazione più difficile è riconoscere a sé stessi di aver investito, cioè di aver riconosciuto in quella persona colui che poteva darci e dirci tante cose, ma siamo stati noi a investire quella persona di tali caratteristiche, siamo stati noi a eleggere quella persona a nostro riferimento, guida, sostegno, amore e quant’altro. Dunque, così come siamo stati capaci di eleggere una persona a esserci di cotanto aiuto, saremo capaci di investirne un’altra, oppure tenerci queste belle cose nel nostro ricordo, nel nostro cuore (per i più romantici).

Un’antica domanda

In conclusione voglio tornare su quell’aspetto dei morti al nostro servizio: sono loro che ci hanno preceduto, nel nostro sociale, alla dipartita (quand’anche fossero più giovani di noi) e ci hanno lasciato tracce della loro vita di cui fare, secondo nostra convenienza, tesoro. Non merita soffermarsi sull’ipocrisia di quanti ritengono che sia meglio morire piuttosto che perdere una persona amata, stimata, voluta bene. Ma mi sovviene un’antica domanda: ci vuole più coraggio a vivere o a morire? Certamente la vita espone al dolore, la morte no. Quindi la morte, unica testimone dell’esistenza della vita, può essere considerata meno definitiva di quanto lo sia stata in passato e, al di là delle consolazioni, potrebbe essere quindi l’inizio di una immortalità. Sarebbe bello se tutti noi ci considerassimo più utili da morti che da vivi. Il vero padre è il padre morto, l’hanno detto alcuni psicoanalisti e lo dicono i cattolici nella preghiera al padre che sei nei cieli.

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Psicoanalista e psicoterapeuta. Già giudice onorario presso il Tribunale per i minori di Torino. Presidente Metis, Centro studi e ricerche di psicologia e psicoanalisi di Torino (CSRPP). Supervisore Casa di accoglienza Artemisia di Casale Monferrato.

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