Cara Sonia,
ci pensi mai a quanto desideriamo ridurci ai minimi termini, semplificarci, allinearci all’idea che gli altri hanno di noi, incarnare il desiderio che gli altri hanno di noi?  Assecondare la norma sociale, evitare il conflitto, stare tranquilli nei nostri appartamenti di città, essere civili, puliti, silenziosi.  Quanta fatica ci fa vivere la nostra complessità, ammesso che ci si riesca a percepire come esseri complessi senza che ciò ci procuri un dolore profondo e tanta confusione mentale. Fa male intuire, ad un certo punto della propria vita, che la stessa difficoltà che abbiamo di accettare le numerose sfaccettature del nostro essere ce l’abbiamo anche nel guardare e accettare la complessità dell’altro. Cosicché si rimane sul bordo della relazione – con noi stesso e con l’altro – con l’antipatica sensazione che manca tutto il necessario per continuare a stare insieme. Tutto il necessario sta dopo il burrone, dopo che hai fatto il salto.

Mi capita molto spesso di incontrare persone che soffrono, giustamente e comprensibilmente, per ansia o depressione; vogliono guarire, vogliono dimenticare, vogliono guardare oltre, lasciarsi le cose alle spalle, superare, ritornare come prima quando la depressione non si era ancora presentata e tutto era immerso nell’ovatta di una felice inconsapevolezza. Io mi chiedo il perché. Da un lato penso che il corpo, sì, possa guarire, può ritornare alla sua originaria funzionalità, ma l’anima non può ritornare com’era prima; quello che siamo noi veramente non può rimanere immutato, al sicuro, non può trovare una forma di invulnerabilità al dolore, piuttosto attraversa e si trasforma come se si bagnasse in acque sacre, una specie di battesimo per cui quando riemergi sei una persona nuova. Quindi, da un altro lato, penso che il dolore sia necessario – in verità, non è che lo penso io; lo pensano Maestri immensi che la vita ci ha donato – e penso che lo sappia anche chi soffre poiché chi soffre ama in un certo senso la sua sofferenza, ha un rapporto così stretto con essa perché la riconosce come una potentissima fonte di conoscenza del mondo e di sé. Non vorrei offendere nessuno dicendo queste cose, ma chi ha una persona depressa o ansiosa in casa, forse riconosce una forma di languore del dolore che è dato dall’unione profondissima col proprio sé sofferente.

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La depressione ci prende e ci getta in quel burrone, ci dà un calcio nei reni per farci precipitare a forza là dove abbiamo paura di andare, nei recessi più oscuri e minacciosi della nostra anima, e non lo fa perché ci odia. Lei ci dice – lei, ha la voce della nostra sofferenza di essere umani – ci dice, guarda com’è profondo il luogo dove abitano le immagini primordiali della tua Anima, ci dice di portare una luce, di osservare, di godere di ciò che siamo. E noi ci sentiamo come quando contempliamo la potenza della natura; il terremoto, il ciclone, l’eruzione di un vulcano. Siamo innamorati ed estasiati dalla potenza assoluta della (nostra) Natura, ma nello stesso tempo sappiamo che può ucciderci da un momento all’altro. Eppure, rimaniamo così a bocca aperta, consci di assistere a qualcosa di misterioso e unico; qualcosa che ci avvicina al punto estremo della morte mentre si esprime in tutta la sua magnifica vitalità.

Stiamo così, continuamente in bilico tra la vita e la morte; ora potrebbe essere il momento più bello della nostra esistenza, o semplicemente l’ora della nostra morte. Siamo in bilico come i funamboli che per rimanere in equilibrio attivano muscoli e risorse di cui, forse persino loro stessi, ignorano l’esistenza. Tutti quei muscoli fanno come un concerto di strumenti per produrre l’azione più bella che un funambolo possa compiere: un passo in avanti. La complessità del suono, la complessità del passo. 

Tutte le nostre scelte le facciamo perché siamo in bilico e dobbiamo fare un passo che si chiama domani. Se avessimo la forza di guardare e riconoscere l’altro come uguale a noi, in bilico come noi, non gli cadremmo addosso cercando sostegno, non faremmo a gara ad arrivare prima; prima di che? Riconoscere se stessi nell’altro, guardare lo stesso abisso, tenersi per mano per mantenere l’equilibrio e procedere a piccoli passi nel mondo senza fare chiasso, senza disturbare gli altri che ci provano, sarebbe il mio mondo bellissimo. 

Antonella D.

La risposta di Sonia Scarpante

Cara,
ho letto la tua lettera condividendola in pieno, pezzo per pezzo. E come sai, le relazioni spesso risultano essere difficili, anguste nelle loro modalità, faticose da gestire. E faccio da subito un appunto dicendomi che anche noi siamo “ relazione” di noi stessi e spesso incontriamo le nostre difficoltà, le perplessità, inadempienze che ci rendono persone caotiche, frammentarie. Vivere la nostra complessità, effettivamente, comporta molta fatica; il terreno da solcare è spesso inospitale, a tratti la serenità ci sembra meta irraggiungibile.

E come ben sottolinei, sovente ci fermiamo sul bordo della relazione con l’antipatica sensazione che manchi il necessario per continuare un tragitto comune. Ma quel necessario viene dopo, è qualcosa a cui dobbiamo guardare sempre con lungimiranza, con umiltà. Il battesimo su cui ti focalizzi deve essere necessariamente il nostro, la richiesta deve provenire da noi stessi. La richiesta di porci verso il mondo con consapevolezza, con accettazione, con quella distanza, a volte, che è sana se la relazione ci prende troppo l’anima, ci scarnifica senza lasciarci possibilità di solvenza. Ci sono relazioni nella vita che contengono, altre che vanno contenute o limitate se percepiamo che ci viene richiesto troppo o che non portiamo in noi sinergie sufficienti per nutrire a nostro favore la situazione delicata o troppo dolorosa che quella relazione ci rivela. Spesso ci troviamo  a vivere ai confini di quella depressione da te citata, di quella sofferenza acuta e non sempre è facile trovare risorse adeguate per saltare verso l’altra riva, verso quella rinascita che ci rende la vita più accogliente, promettente. 

Siamo sempre in bilico fra luce e ombre, sempre altalenanti su questa terra che a volte ci sembra la terra di nessuno e invece, in altra situazione,  ci appare come la terra che più ci nobilita,  quella che più ci appassiona, che rende grazia alla vita. Sentirci un po’ funamboli è importante, accettare anche la nostra inconsistenza, la caducità del vivere è oltremodo prezioso. Riconoscere se stessi negli altri e guardare insieme in quell’abisso è foriero di future virtù appaganti; cedere alla nostra mutevolezza è ciò che ci rende grandi e nel tempo capaci, resilienti. Tenersi per mano e guardare insieme nel profondo di quell’abisso, in questo percorso di rinascita, diviene essenziale, nota felice per camminare con sempre più consapevolezza, anche con gioia. Siamo una Comunità di Destino e molto simili gli uni agli altri, in lento e progressivo divenire con quella mutevolezza che non è solo nostra ma che appartiene a tutti. Siamo isole su cui è bello sostare, frammenti di vita, a volte espressioni di mondi anche inimmaginabili, assai fecondi. Creature vaste e capaci di offrire a noi stessi e a chi abbiamo vicino risorse felici se lasciamo correre la nostra immaginazione, il nostro intuito, se facciamo dell’audacia la nostra grande alleata.

Sonia Scarpante – Comitato editoriale Odòn

Crediti: foto creata da freepik – it.freepik.com

Immagine di copertina: foto creata da jcomp – it.freepik.com

Presidente associazione La cura di sè, docente, formatrice e scrittrice. Docente di scrittura terapeutica e formatrice per operatori sanitari e educatori. Master per operatori con metodologia registrata Metodo Scarpante

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