In questo approfondimento su anoressia e bulimia voglio dare un contributo per un approccio psicoanalitico.

Il termine anoressia deriva dal greco an orexsis che significa privazione, mancanza di appetito. L’etimologia della parola ci indirizza da subito a focalizzare il punto di attacco della malattia, ovvero il desiderio. Il soggetto anoressico contrasta l’inizio del moto alimentare, l’appetito, ovvero il punto in cui la pulsione orale viene eccitata.

Ernest Ch. Lasègue conferma, nella sua storica conferenza del 1878, la centralità di appetito, desiderio, eccitamento per il soggetto malato: “Tra le diverse fasi della digestione, l’appetito o il desiderio del cibo è certamente il più analizzato dal malato e il meno studiato dal medico”.

Il soggetto anoressico dunque non patisce una semplice mancanza, ma compie un lavoro di contro investimento. Cioè contrasta attivamente l’insorgere del desiderio, o dell’eccitazione alimentare.

I termini eccitazione, desiderio e moto torneranno più avanti, nella presentazione del profilo clinico della malattia, effettuato a partire dall’analisi del moto alimentare: pulsione orale.

Anoressia mentale

L’aggettivo mentale classifica questa patologia tra le psicopatologie. Si tratta di patologie con rilievo clinico, dove il sintomo del corpo è positivamente riscontrabile, senza che tuttavia sia possibile individuare una causa organica corrispondente.

L’aggettivo mentale individua inoltre, quale sede principale del disturbo, non lo stomaco, o un’altra parte dell’apparato digerente, ma il pensiero del malato.

Ciò che infatti disorienta maggiormente chi accosta soggetti anoressici, oltre l’aspetto emaciato del corpo, talvolta ridotto a un involucro scarnificato, è il pensiero o discorso anoressico.

Qualora venga strutturato, il discorso anoressico si avvicina molto, quando non coincide completamente, con il delirio e, in quanto tale, è difficilmente attaccabile.

La strutturazione del discorso richiede tempo e può durare anni. Essa costituisce il tentativo del soggetto di sublimare lo stato di malattia elevandolo a modus vivendi e stile si vita. In questa elaborazione a-nomala il soggetto si avvale anche di pseudo argomentazioni culturali.

Se e quando il malato riesce nel suo intento dimostrativo, abbiamo il passaggio dalla psicopatologia clinica alla psicopatologia non clinica.

In questo caso il disturbo si “mentalizza”, concentrandosi nel pensiero mentre, per il malato, i sintomi del corpo perdono progressivamente di importanza.

In particolare, nel discorso anoressico, colpisce la negazione dello stato di malattia, l’assenza di rimpianto per l’astensione dal cibo, la teorizzazione del comportamento alimentare, il desiderio di un corpo sempre più magro.

Il controllo

Attraverso l’astensione dal cibo la persona anoressica ottiene una sensazione di controllo sul proprio corpo come sede del desiderio. In modo malato ricerca una forma di governo delle emozioni e delle sensazioni interne. Ricerca una padronanza di sé che sospetta di non avere in altri ambiti dove si sente invece in balia degli eventi esterni e degli altri. Il ferreo controllo sul moto alimentare, l’ottenimento di risultati evidenti documentati dalla perdita di peso e dalla modificazione della propria immagine riflettono sul soggetto una illusoria sensazione di forza e una capacità spirituale di badare a ciò che è importante e essenziale nelle situazioni di vita, “riducendole all’osso”.

La menzogna

Nel discorso anoressico si individua anche un aspetto esplicitamente menzognero. Il soggetto anoressico alterna l’astinenza dal cibo a crisi bulimiche, cui segue lo svuotamento tramite vomito auto-indotto, ricorso a lassativi e diuretici ecc. Tuttavia, tali abbuffate avvengono in segreto e saranno negate dall’interessato con la massima ostinazione. L’aspetto menzognero è parte integrante del timore di non essere in grado di affrontare le problematiche che stanno a monte della patologia.

Bulimia nervosa

La bulimia è un disturbo alimentare che può accompagnarsi all’anoressia in forma di crisi episodiche o cicliche, oppure presentarsi quale disturbo a sé stante.

Nel soggetto bulimico il moto del mangiare è disturbato nella sua articolazione finale, ovvero la meta, la soddisfazione, l’appagamento, la pace.

La meta soggettiva del moto alimentare viene sistematicamente travalicata, potremmo dire travolta, a tal punto da essere praticamente cancellata.

Nel soggetto bulimico la meta soggettiva di soddisfazione è usurpata da un comportamento compulsivo (coatto), di modo che il termine del moto può avvenire solo per “stress” dell’organismo. L’organismo viene riempito, a volte, a tal punto che il cibo deve essere evacuato immediatamente col vomito.

Il tratto psicopatologico della bulimia è la compulsione. Una spinta a immettere cibo nell’organismo che il soggetto bulimico non riesce a controllare.

Ansia e angoscia, insoddisfazione

La compulsione non è però un elemento che si regga da solo. Ansia e angoscia sono il vero substrato della compulsione stessa. L’assunzione di cibo in grandi quantità ha una funzione ansiolitica per mezzo della stimolazione del sonno e del rilassamento del corpo che avviene durante e dopo l’alimentazione.

In preda alla compulsione il soggetto bulimico non è guidato dal principio di piacere, non è cioè un banale goloso. Riconosciamo infatti tra le caratteristiche generali di soggetti bulimici una forte diminuzione del gusto che li porta a riempirsi anche di cibi solitamente non graditi.

Anche quando si abbufferà di cibi che ricorda come graditi, il soggetto bulimico noterà di non averne tratto godimento, di non averne, o molto poco, avvertito il gusto.

Emerge qui un tratto di insoddisfazione reale da parte del soggetto bulimico, il quale, diversamente dall’anoressico, non è affatto contento del suo corpo.

Esprimendo insoddisfazione per il suo comportamento e per il suo corpo, il soggetto bulimico è un soggetto più trattabile dell’anoressico grave, che invece rinnega lo stato di malattia.

Ciò non deve indurre facili illusioni: la bulimia in forma stabilizzata è una patologia grave che può essere letale come l’anoressia e molto difficile da guarire.

Mentre il soggetto anoressico ostenta la propria forza, il soggetto bulimico ostenta la propria debolezza o impotenza rispetto al proprio stato. Tuttavia, entrambe le ostentazioni si costituiscono come forme di resistenza alla cura.

Leggi anche Differenza tra angoscia, ansia e panico di Giovanni Callegari

Quadri clinici

Gli esordi sia dell’anoressia sia della bulimia possono essere inseriti all’interno di quadri nevrotici notando che, dopo essersi stabilizzate, tali forme possono essere soggette a degenerazione. Sotto il profilo psicopatologico tale degenerazione configura il passaggio da un quadro nevrotico, dove il sintomo mantiene una funzione di allarme e di richiamo alla norma, a quadri clinici più gravi con aderenze o sconfinamenti in altre psicopatologie. Per la psicoanalisi il quadro clinico più grave è quello dove la malattia non solo non è riconosciuta: quadro psicotico, ma viene assunta come ideale dell’Io e militata attivamente e culturalmente dal malato: quadro perverso.

Definiamo in questo contesto perverso un atteggiamento sistematico nel quale il disturbo viene elevato a ideale dell’io, attivamente militato dal soggetto con comportamenti di attacco estremo verso il corpo. Sia nell’anoressia sia nella bulimia, infatti, il corpo viene stressato, sfinito, fino al limite del collasso complessivo delle funzioni vitali.

Nel contempo il sintomo, come soddisfazione deviata e segnale di allarme, cessa di esistere per il malato e viene assorbito nel discorso patologico, elaborato anche con gli ausili culturali facilmente reperibili in rete accedendo a siti che promuovono l’ideale: magro è bello, grasso è bello.

Quando i sintomi di malattia vengono sistematicamente negati o sublimati, e quando il discorso del soggetto si avvicina al delirio, abbiamo invece una degenerazione di tipo psicotico.

In conclusione si danno tre possibili destini delle due patologie presentate. Il primo mantiene la patologia nella nevrosi, in presenza quindi di consapevolezza di malattia e di domanda di cura; gli altri due introducono a situazioni psicotiche e/o perverse, ovvero a forme patologiche di maggiore gravità.

I disturbi dell’alimentazione. I moti del corpo, la pulsione orale

L’approccio psicologico dei disturbi dell’alimentazione comporta l’attenta considerazione del corpo pulsionale nella sua irriducibile differenza con l’organismo di questo corpo.

Attraverso il corpo pulsionale e l’analisi dei suoi moti potremo cogliere la dimensione relazionale della vita psichica.

Parlare di corpo pulsionale significa individuare il corpo nei suoi moti, non nei suoi apparati o nelle sue funzioni, che individuano piuttosto l’organismo.

Poniamo dunque la differenza concettuale e reale di corpo e organismo.

I moti pulsionali del corpo

mangiareparlare-ascoltare
evacuareodorare
vederetoccare

I moti del corpo sono regolati da leggi che non sono le leggi scientifiche che descrivono il funzionamento dell’organismo ma sono leggi soggettive, leggi elaborate e poste dal soggetto. O viceversa che il soggetto non elabora e non pone. La sede di queste leggi non è alcuna scienza, ma il pensiero del soggetto che le produce o le convalida.

Un esempio in riferimento al vedere: se un’immagine desta nel soggetto fastidio, interesse, eccitamento o disgusto ciò non chiama in causa gli organi della vista, ma i pensieri del soggetto che presiedono ai significati attribuiti alla visione.

I disturbi alimentari non sono indice di un disturbo dell’organismo, ma del pensiero

La parola pulsione descrive un dinamismo, non automatico, che comporta un inizio e un termine. Nella pulsione non c’è automatismo perché la meta individuale, per essere raggiunta, deve essere concepita (pensata) dal soggetto.

La psicoanalisi chiama l’inizio del moto eccitamento pulsionale e il termine del moto meta pulsionale o meta del moto. I moti pulsionali sorgono nel soggetto per uno stimolo esterno, che rappresenta la fonte dell’eccitamento. L’organo, o la parte del corpo, interessato dall’eccitamento produce la spinta verso l’oggetto. La meta del moto è l’appagamento o soddisfazione del corpo.

In tutti i moti riconosciamo 4 articolazioni

FonteSpintaOggettoMeta

Nella pulsione orale troviamo queste corrispondenze

Fonte

L’altro del rapporto: il partner.

La pulsione orale viene eccitata nell’allattamento, come nella formula sintetica escogitata dallo psicoanalista Giacomo Contri: “allattandomi mia madre mi ha eccitato a essere soddisfatto per mezzo di un altro”

SpintaCorpo (tutto l’apparato digerente)
OggettoCibo
MetaSoddisfazione

Considerando la tabella possiamo osservare che la fonte e l’oggetto sono elementi esterni del moto. La spinta è interna, ma eccitata dell’esterno. La meta del moto pulsionale (soddisfazione) è soggettiva. Ma comportando il gradimento di ciò che è venuto al corpo “per mezzo” dal partner, mantiene anch’essa un forte ancoraggio esterno.

Attraverso la pulsione il soggetto/corpo trascende se stesso e si apre alla relazione. Gli articoli esterni del moto (fonte, oggetto e meta) connotano la pulsione come relazionale, ovvero come umana.

La fame che ruolo ha?

La fame è uno stimolo interno che segnala un possibile appuntamento con la soddisfazione. Tale stimolo può essere assecondato, promosso, curato, valorizzato o al contrario disatteso, trascurato, dimenticato, contrastato.

Lo stimolo della fame non coincide con la pulsione orale, è piuttosto un promemoria per gli appuntamenti quotidiani con essa. Ad esempio, il calo ipoglicemico non coincide con l’appetito, potendo invece ingenerare sonno, inappetenza, svogliatezza ecc. Spetta al soggetto, titolare dei propri moti, ricavare dallo stimolo la pulsione.

Il destino della pulsione orale nell’anoressia e nella bulimia

Analizzando anoressia e bulimia alla luce della tavola dei moti possiamo osservare che gli articoli della pulsione principalmente colpiti sono la spinta e la meta.

Nell’anoressia la spinta viene contrastata e la meta non viene raggiunta. Nella bulimia la spinta è compulsiva e la meta è travalicata.

Nell’anoressia l’azzeramento della spinta, nel suo momento iniziale, l’appetito, si ripercuote su tutte le altre fasi del moto alimentare: la salivazione, l’ingestione, la masticazione, il gusto, la deglutizione, la digestione e l’evacuazione, rendendo impossibile il raggiungimento della meta.

Annullando l’appetito anche la meta risulta annullata. Ciò significa che il moto del corpo non conosce riposo: ciò comporta un progressivo logoramento che conduce al collasso del corpo pulsionale (assenza di appetiti) e dell’organismo (danni organici) per mezzo della privazione.

La bulimia non fa eccezione

Il collasso del corpo non è raggiunto soltanto nelle forme acute, quando le funzioni vitali vengono compromesse, ma è già constatabile quando gli atteggiamenti di apatia o di compulsione nei confronti del cibo diventano preponderanti. Quando collassa anche l’organismo, il corpo è già morto da tempo.

Fonte e oggetto

Analizziamo ora in che modo siano colpite anche la fonte e l’oggetto del moto.

Nell’anoressia il contro investimento (che annulla l’appetito) contrasta e si oppone non solo al corpo del soggetto, ma anche al corpo dell’altro, cioè alla fonte dell’eccitamento.

Privandosi della soddisfazione alimentare il soggetto anoressico nega ai suoi partner la “soddisfazione di ritorno”. In altre parole “non concede all’altro la soddisfazione di essere, di poter essere, soddisfacente”.

Prescindendo dalle motivazioni soggettive, possiamo dire che il rapporto tra il soggetto anoressico e sui partner è un rapporto di chiusura difensiva che può diventare ostile.

Anche nella bulimia l’altro è osteggiato, per quanto  in modo più velato. Il moto alimentare infatti si attiva, ma in modo irrelato, compulsivamente, e l’altro non vi ha parte. La presenza e la compagnia dell’altro durante il pasto non è gratificante. Durante l’abbuffata l’altro è perfettamente indifferente, ma l’indifferenza è un atteggiamento ostile. Quand’anche il soggetto bulimico pervenisse a qualche forma di godimento, il suo sarebbe un godimento solitario. Chi ha consuetudine di rapporto con soggetti anoressici o bulimici potrà facilmente notare come essi, se non costretti o controllati, mangino da soli e di nascosto.

L’oggetto

L’ultima articolazione del moto alimentare che consideriamo è l’oggetto (cibo). Neppure questa articolazione resta illesa. Ciò è così evidente da non richiedere commenti. Tuttavia va notato come il cibo venga colpito indirettamente, per così dire, di sponda.

La prima articolazione interessata è la spinta (il proprio corpo), la seconda è la meta (corpo proprio e corpo dell’altro), la terza la fonte (corpo dell’altro).

Sono tutte articolazioni soggettive: corpo del soggetto e corpo dell’altro (soggetto). Il cibo, oggetto, è colpito per ultimo.

Ma cos’è il cibo?

Cibo è solo uno dei nomi dei beni in quanto ricevuti dall’altro. In situazione di malattia per un soggetto bulimico o anoressico non sarà solo quel bene a non essere più ricevuto nel rapporto! Verranno meno il parlarsi volentieri e spontaneamente, la condivisione di esperienze, il fidarsi reciprocamente, la voglia di fare esperienza assieme. La mancata condivisione del cibo sancisce platealmente una crisi relazionale.

I disturbi alimentari non indicano in primo luogo un rapporto distorto o disturbato col cibo. Vanno piuttosto considerati come indici di rapporti disturbati, di conflitti in atto, combattuti anche nella forma della “guerra fredda”.

Conclusione

La difficoltà accusata dai soggetti malati non è con l’oggetto, ma con altri soggetti. Ciò permette di ribadire che le relazioni umane sono sempre, in prima istanza, relazioni tra soggetti, e non relazioni oggettuali.

Quando un soggetto recede completamente (per quanto ciò sia possibile) dalle relazioni tra soggetti e vi sostituisce delle relazioni oggettuali, abbiamo il feticismo.

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Psicoanalista dal 1995, socio della Società Amici del Pensiero – S. Freud (presidente Giacomo B. Contri). Già docente di filosofia nei licei, ha diretto un noto centro lombardo per persone adulte portatrici di handicap psicofisici.

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