Il nostro futuro, quale sconosciuto ci viene incontro? Riusciamo a dargli un nome, una immagine?

Possiamo parlare al nostro futuro con un atto di speranza e di fiducia? E se la risposta è affermativa quali sono le nostre riflessioni a riguardo. Chi rappresenta lo sconosciuto per noi?

Vi lascio un invito a scrivere al “Caro sconosciuto”, come ha fatto questa amica cercando di visualizzare questa incognita dentro noi.

Sono qui per condividere con voi.
Sonia Scarpante – Comitato editoriale Odòn

Mio caro sconosciuto,

ci sono tante cose che avrei da dirti. So che a te ci si rivolge con il verbo vorrei, che in generale le persone ti parlano per essere ascoltate e per riporre in te le loro speranze.

Che parola la speranza! 

Un termine così caricato nel tempo e che sembra avere a che fare proprio con te mio sconosciuto.

Sembra che la speranza sia diventata l’ottimismo, il sentimento di chi si aspetta da te solo il meglio. Perché questa parola la leghiamo solo a te, mio caro? Mi sa che ti porti un gran bel peso sulle spalle e ognuno si rivolge a te come se fossi il custode del destino dei singoli. 

Puoi essere scambiato quasi con un Dio, non è così? Tu che porterai nuovi traguardi, soluzioni, tu che sarai il garante della serenità tanto cercata e attesa. A tratti poi diventi il nemico e ricevi insulti e batoste da chi fino a poco prima ti inneggiava.

Che succede poi se tu diventi incerto, come accade oggi, in questo strano momento?
Che succede allora alla speranza?

D’improvviso l’ottimismo si spegne e si riaccende solo nella ricerca di una chiave che apra una porta sull’oblio dove confinare tutto questo tristissimo presente. Si prende il buono e il brutto che hai portato, tu che nel frattempo hai cambiato nome e da prima sei diventato oggi e poi soltanto uno ieri un po’ sbiadito.

Se in te si riconoscerà la chiave, la bacchetta magica per cancellare i mali allora sarà fatta: si potrà tornare al solito ottimismo, ad affidarti ancora gli obiettivi che stavamo cercando. 

Ma è questa la speranza, mio sconosciuto?

Sono giorni che me lo chiedo, giorni in cui la mia di speranza vacilla molto, giorni in cui il mio rapporto con te è così strano che non lo so spiegare.

Ne ho già vissuti molti di questi strani tempi nella mia vita, nemmeno troppo lunga e che a volte mi sembra sia infinita. Ci sono stati giorni in cui non osavo immaginarti, in cui dietro il momento presente non riuscivo a scorgere molto, giorni in cui probabilmente ti ho escluso dai miei occhi e non sono riuscita a parlarti. 

In quei giorni ho avuto paura di te, mio caro sconosciuto. E riconosco che adesso sta succedendo a molti. Per questo ti criticano e poi anelano al tuo intervento, per questo sembra che affidino a un incantesimo tutte quante le opportunità. 

Ma ora che mi ritrovo qui, con i miei pensieri tra le mani, io mi chiedo se davvero il contrario della speranza sia la paura.

Chissà che cosa mi diresti se potessi parlarmi. E se provassimo a fare un gioco, sconosciuto? Se io svelassi il tuo nome e mi rivolgessi a te chiamandoti futuro, tu come mi chiameresti?

Se non ricordo male l’etimologia della parola speranza non si lega tanto all’ottimismo, ma a una radice che riguarda il tendere verso una meta. E se allora sperare significasse anche muoversi? Se fosse la tristezza il contrario della speranza? A quel punto come mi chiameresti, mio futuro? Forse… forse mi chiameresti… possibilità?

Ho imparato ad avere così tanta paura di te che a un certo punto non sono più riuscita a guardarti in faccia, non mi sono più fermata a chiedermi quali sogni e quali fantasie proiettavo sui tuoi schermi. Questo nemico invisibile e pauroso è arrivato quando avevo iniziato a dirmi tutto questo e ha mostrato un nuovo volto che in te ancora non avevo scoperto.

La paura è ancora più forte adesso, sai? Ma stranamente lo sono anche i miei sogni, le mie fantasie e mi scopro ogni giorno mentre provo a guardarti senza chiedere, senza pretese inutili. Mi rendo conto che non sono ottimista, che il seme di quella tristezza che si è insediato in me tanto tempo fa, ha germogliato in così tanti modi che non posso ignorarlo. Che cosa è successo allora, secondo te? E perché mi sento così diversa, distante dall’atteggiamento che hanno gli altri nei tuoi confronti?

Immagine di un lago di montagna

Quanti volti hai? Quante facce?

Provo a sognarti e non sempre ci riesco. A volte ti sogno come un tramonto, come le montagne innevate del Trentino, come l’amore che dipinge la mia pelle di tutti quanti i colori del sole e della natura. Altre ti sogno come il vento, che mi scorre tra i capelli e mi parla di qualcosa che ha che fare con la libertà. Poi mi capita di sognarti come un ramo esile che mi ospita durante il volo, e non ho paura di cadere perché so che sono capace di volare. E poi sogno bambini che mi salutano dalla finestra, con facce diverse e sorridenti. Sogno di dire loro che la magia esiste, che io lo so dove sta. Sogno di spiegargli sussurrando da lontano che non serve molto per trovarla, se non imparare a meravigliarsi.

Ma poi, mio caro sconosciuto, mi ritrovo di nuovo qui, nel mio piccolo mondo fatto di computer e scrivania a vaneggiare di follie e descrivere incanti che non so quando mai arriveranno, a parlare di fantasia quando fuori c’è una lotta, vedo sempre più rabbia, tristezza, delusione. Mi ritrovo davanti a notizie che raccontano di un’umanità con valori senza senso, con schemi rigidi e limiti di pensiero. Mi ritrovo a leggere di un sistema con regole inconcepibili e nella mia mente si susseguono ondate e ondate di domande. Mi chiedo che spazio abbia la speranza in questo contesto. Mi chiedo se non sia stato questo tuo nuovo volto a suscitare paure nuove, ma forse piuttosto quello che ha rivelato di noi. Mi chiedo se l’ottimismo che le persone manifestano e che per tanto tempo ho invidiato non sia solo un modo di sentire tutto quanto dovuto. Mi chiedo il perché di questa ostinazione nel cercare soluzioni facili, rimedi istantanei in un sistema che paga nell’immediato e poi crea conseguenze solo per non lavorare mai su sé stessi.

Mio caro amico, forse ho capito. Non sono riuscita a guardarti quando mi sentivo persa, quando la tristezza mi ha fatto perdere fiducia in me non quando ti ho temuto. E’ forse questo quello che succede? Le persone sono così distanti dal vedere se stesse che non riescono a capire che tu dipendi da quello che fanno e che porterai le possibilità che costruiranno?
Tu sei il futuro e noi le possibilità. Tu hai tanti volti come quelli che abbiamo noi, sei imprevedibile come la nostra natura e questo è difficile da accettare tanto più quando si rifiuta di conoscere anche quello che abbiamo tra le mani: noi stessi.

Mi capita anche di sentirmi folle, matta, pazza, sai? Mi sembra spesso che niente di quello che vedo sia come sembra e, a volte, mi sembra che non molto abbia senso. Mi dico che io sono un po’ come il Cappellaio Matto: senza schemi e un po’ fuori di testa se mi si guarda con un’ottica di normalità. E’ che a me la normalità non va molto giù, è stata a normalità a rendermi triste, a farmi sentire spenta. Ora coltivo sogni e meraviglia senza accettare semplicemente gli schemi che la società ci impone. Ma non ho più voglia di affidarmi solo a te, vorrei avere speranza, una speranza vera.

Vorrei sognare sapendo di agire per i miei sogni, vorrei coltivare quel sapore di intimità e follia, quelle emozioni vere che cerco, vorrei aprire quelle porte di me che temo ancora di rivelarmi, quelle che mi fanno sentire stanca, che mi spaventano e mi fanno arrabbiare, quelle che mi mettono alla prova, che quando si spalancano il dolore sale e non si attenua per giorni e giorni.

Quando tutto si era chiuso dentro di me, caro futuro, io ti ho cercato nella scrittura e tu ti sei fatto trovare. Ed è così assurdo e meraviglioso che stia succedendo ancora una volta. Quando scrivo io spero, quando scrivo ti sento e ti sogno. Quando scrivo sento di avere intorno pareti solide, sicure, c’è tepore. La luce filtra sottile e delicata, non ci sono rumori che mi infastidiscono. Quando scrivo posso esprimere tutto quello che sento senza riserve né paura: posso urlare, piangere, mormorare e ridere a crepapelle. Posso essere chi voglio: ognuno dei tanti volti di me stessa. 

Quando scrivo posso andare dove preferisco, cambiare paese, regione, nazione e continente. Prendere un aereo, tuffarmi tra gli squali, tornare nel passato, uccidere, dare alla luce, affrontare emozioni dolorose e fermarmi quando voglio solo se lo voglio. Quando scrivo non ho mai paura di andare ovunque mi va, perché ho un posto dove tornare.  

Quando scrivo i  tempi scorrono come dico io, posso tenere insieme tutte le emozioni che sento in quel momento e anche quelle a cui non voglio pensare. Scrivere è casa, la mia.

Scrivere è il posto in cui posso esercitare la meraviglia che cerco in te, trasmetterla agli altri, regalarla. Scrivere è il luogo in cui le mie facce mi fanno meno paura, in cui riesco a dare un senso. Scrivere mi fa sperare in nuove possibilità. E questo nuovo e pauroso tempo di oggi non ha chiuso le porte come è successo in passato ma ha creato nuovo  movimento. 

La mia nuova speranza è che dal mio movimento se ne generi altro, la mia speranza è che la tristezza del mio passato non riesca più a far cadere tutta quella pioggia che per molto tempo mi ha fatto chiudere tutte quante le porte, le finestre e le possibilità. Io spero di continuare a sognare sempre, a sognare anche te oltre al presente. Io spero di essere capace di accogliere le nuove e le vecchie parti di me e che questo mi serva per accogliere meglio gli altri. Io spero di poter raccontare la bellezza di un modo diverso di vedere le cose, un po’ matto, un po’ folle e fatto di quello che abbiamo di più prezioso: le nostre emozioni e la nostra creatività. 

Perciò caro futuro non vorrei abbandonarti più, anche se so che questa per me è la sfida più enorme di tutte. Tienimi stretta e io terrò stretto te. Non vorrei più un rapporto con te in cui temo le soprese che mi riservi, mio caro futuro, ma un rapporto in cui sono io a sorprenderti. Che ne dici?

Antonella C.

Crediti: Foto di Lukas Bieri da Pixabay
Immagine di copertina: Foto di Arek Socha da Pixabay

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